C’è un’immagine all’inizio di questo Socrate, Agata e il futuro (Rizzoli, 2025): sulla mensola della cucina di Beppe Severgnini sta un piccolo busto di Socrate, il tipico souvenir che ci si porta dietro dopo un viaggio in Grecia – Olimpiadi 2004, scrive. Qualcosa, però, non va: sulla testa del grande filosofo c’è un palloncino azzurro, messo sopra a mo’ di buffo cappellino.
La “colpevole” è Agata, nipote di Beppe Severgnini, che dall’alto dei suoi tre anni e mezzo porta un po’ di “disordine quotidiano” nella vita di chi le sta intorno; disordine che poi è una “forma di armonia” – come si dirà, più avanti, nel libro. Poi, ovviamente, c’è molto altro: cose e case che raccontano chi siamo, o chi vorremmo essere, parole da scegliere con cura, ironia come antidoto alla noia e un futuro da affrontare con leggerezza, ma senza superficialità.
Socrate, Agata e il futuro è anche, forse soprattutto, un dialogo tra generazioni – che è quello che abbiamo cercato di fare la sera del 19 febbraio 2025, al LabOratorio di San Filippo Neri (Bologna) – a partire, appunto, da due poli opposti: Socrate e Agata, l’antichissimo e il nuovissimo, che si incontrano e certe volte si parlano – cosa si dicano, però, non si sa.
Cos’è… “Socrate, Agata e il futuro”?
La vita umana, insegna l’induismo, si divide in quattro periodi: il primo serve per imparare, guidati da un maestro; il secondo per realizzare sé stessi; il terzo per insegnare e trasmettere la conoscenza; l’ultimo, segnato da un progressivo disinteresse verso le cose materiali, per prepararsi al congedo.
Molti, oggi, non lo ammettono. Nonostante l’età, continuano a sgomitare, spingere, accumulare. Inseguono cariche, conferme, gratificazioni sociali.
Non sanno rallentare, ascoltare, restituire.
Con l’aiuto di una nipotina che insegna il disordine quotidiano (e mette i palloncini sul busto di Socrate), Beppe Severgnini riflette sul tempo che passa e gli anni complicati che stiamo attraversando.
«Le cose per cui verremo ricordati – scrive – non sono le cariche che abbiamo ricoperto e i successi che abbiamo ottenuto. Sono la generosità, la lealtà, la fantasia, l’ironia. La capacità di farsi le domande giuste.» Don’t become an old bore, non diventare un vecchio barbogio: ecco l’imperativo. L’autore invita a «indossare con eleganza la propria età».

Per farlo serve comprendere il potere della gentilezza, imparare dagli insuccessi, allenare la pazienza, frequentare persone intelligenti e luoghi belli, che porteranno idee fresche. Serve accettare che c’è un tempo per ogni cosa, e la generazione dei figli e dei nipoti ha bisogno di spazio e incoraggiamento.
Non di anziani insopportabili.
[la scheda su rizzolilibri.it]
Chi è… Beppe Severgnini?
Nato a Crema, è editorialista del “Corriere della Sera” dal 1995. Ha creato il forum “Italians” e diretto il settimanale “7”. Opinion writer per “The New York Times” dal 2013, è stato corrispondente in Italia per “The Economist” (1996-2003). È autore di molti bestseller: il primo è Inglesi (1990), il più recente Italiani si rimane (2018). La testa degli italiani (2005) è stato un New York Times bestseller.



Un progetto di Moira per Giovani Reporter.
– Un evento a cura di Davide Lamandini e Vittoria Ronchi.
– Riprese e montaggio di Lorenzo Bezzi.
– Foto di Mattia Belletti.
Un ringraziamento particolare a Beppe Severgnini, Mariangela Pitturru, Alice Rosellino, Tullo Lolli; a Giovani Reporter, alla Fondazione Del Monte di Bologna e Ravenna, all’Oratorio di San Filippo Neri e a Mismaonda.





